21/03/2011

Ficus Benjiamina (seconda parte)

La guardava e, come spesso accadeva, gli sembrò che quell’arbusto inspiegabilmente giallognolo avesse degli occhi spiritati. Ma era una sensazione soltanto sua della quale non parlò mai a nessuno per evitare di essere preso per matto. Lo stress del lavoro già lo portava ad avere comportamenti discutibili, la storia della pianta sarebbe stata troppo per ogni mente normale. Insomma, nessuno avrebbe capito, neanche “Roastbeaf”, bulldog con più di un chilo in abbondanza che doveva il suo nome alla sua smisurata passione per la carne arrosto, spesso rubata dalla tavola. Nessuno.

Quel giorno Martino stava camminando a testa bassa per la solita strada che lo avrebbe portato al suo scooter quando all’improvviso sentì qualcuno che gli sbatteva contro. Per un attimo avvertì un fastidio alla spalla a causa dello scontro ma passò subito. Gli bastò guardare quei capelli, quel sorriso per capire che la pianta aveva ragione. Sarebbe cambiato qualcosa. Peccato che almeno per il momento era accaduto soltanto nella sua testa, quella di un impiegato disperato alle prese con un progetto che avrebbe dovuto consegnare al capo dopo cinque giorni e del quale non aveva ancora realizzato neanche la bozza, ma davanti a quell’orizzonte il pensiero dell’incarico avuto non lo aveva nemmeno sfiorato.

Non riuscì a dire niente se non un titubante «ti-ti sei fatta m…ale?»

Imbranatissimo uomo che non riusciva a spiccicare parola con un donna appena conosciuta per caso. Eppure a lei strappò un sorriso, ma dopo aver risposto con eleganza che stava bene se ne andò senza dargli il tempo di dire altro. Anche perché prima di riuscire a pronunciare qualcosa di sensato ci sarebbero voluti altri venti minuti. No, lei non poteva aspettare, lei aveva fretta. E avrebbe dovuto averla anche lui, visto che il suo ritardo stava ammontando a più di quindici minuti. Il capo non perdonava, mai.

Era ancora lì a osservare quella donna dai capelli castani e il sorriso smagliante allontanarsi con una borsa tracolla. Martino, ancora perplesso da quella scena, si stava chiedendo perché non avesse deciso di seguirla.          

Trascorse l’intera giornata in ufficio senza neanche andare a pranzo e quando la sera si trovò ai piedi di quelle scale ripide del suo palazzo quasi maledì il giorno in cui aveva deciso di acquistare quella casa senza ascensore che fino a quel momento gli aveva portato soltanto noie. La prima era il bagno di sudore che d’estate si faceva per salire quelle scale a piedi fino al terzo piano. Un montacarichi, una pedana, una liana, tutto sarebbe stato gradito pur di non essere costretto a percorrere quei piani con la sola forza delle gambe e per di più con la borsa da lavoro. Beh, senza contare il sabato che era giorno di provviste per l’intera settimana. In quel caso le dosi delle maledizioni raddoppiavano a dismisura.    

08:34 Scritto da: mlaura84 in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

10/02/2011

Ficus benjamina (prima parte)

Non aveva mai saputo il nome di quella pianta. Se l’era ritrovata sul balcone del suo nuovo appartamento per caso.
Tutto era iniziato così, con un’afa mai sentita prima e le urla delle lavandaie che si udivano dalle finestre vicine. Uno sfondo di tetti rossi e panni stesi con il caos del mercato a pochi metri da lì. Non c’era neanche un piccolo motivo che facesse sperare a Martino che quella situazione potesse cambiare.
Si chiedeva con insistenza il perché. Perché avesse deciso di abitare in quell’appartamento assolato e scomodo del terzo piano. Non aveva trovato risposta, neanche dopo due anni che viveva in quel palazzo pieno di persone indubbiamente particolari, come lui stesso le definiva.
Un giorno normale di una settimana altrettanto normale, quella pianta cadde per terra, senza motivo. Martino la guardò con un certo timore negli occhi e capì che da quel momento sarebbe successo qualcosa.
Quella pianta era un segno. L’aveva trovata lì, su quel terrazzo, come se nessuno la volesse più. L’avevano abbandonata. Il vecchio proprietario della casa non aveva voluto portarla con sé e lui non aveva mai pensato di disfarsene, in fondo le piante gli piacevano e aveva anche sempre avuto quello che si chiama pollice verde. E, a dire il vero, quel piccolo vegetale gli faceva un po’ pena tanto che decise di dare un nome anche a lui, come faceva ossessivamente e all’insaputa degli altri per qualsiasi cosa. Fico, pensò che quello fosse il nome adatto, quanto poco originale, visto che glielo aveva dato dopo aver saputo che si trattava di un “Ficus Benjamina”.
Abitava da solo Martino Bolgheri, avvocato trentenne con la testa spesso tra le nuvole. Aveva una libreria piena zeppa di libri e specchi. Faceva la collezione di specchi da quando era piccolo. Per lui quegli oggetti strani avevano un loro fascino, ne era rimasto colpito da quando un giorno – poteva avere non più di cinque anni – sua madre lo portò in un negozio di chincaglieria. Lui, allora piccoletto e un po’ paffuto, restò immobile a osservare la luce che rifletteva da un grande specchio posto su una specie di armadio. Quello fu il suo primo incontro con l’oggetto del suo desiderio. Sì, l’idea che dava a tutti era quella. Martino era attratto dagli specchi, come se ne avesse quasi una fissazione.
Ed era stato proprio attraverso il riflesso dello specchio posto dietro la porta d’ingresso che, dopo il tonfo, aveva visto la pianta stesa a terra come in agonia.

13:35 Scritto da: mlaura84 in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

23/11/2010

Bea

Un fruscio. Il vento soffiava forte facendo sbattere le persiane di legno sbiadite.

Il foglio le volava da sotto la penna come fosse sabbia. Lasciava sempre la finestra un po’ aperta quando si dedicava ai suoi momenti liberi, quando si allontanava da tutto, ritagliandosi quel pezzetto di libertà, di se stessa.

Usava quei fogli di carta riciclata perché amava il loro profumo e la facilità con cui le parole si riuscivano a rincorrere, una dopo l’altra. Si cercavano, si inseguivano, si acchiappavano per amalgamarsi e unirsi in una frase ora leggera, ora più forte.

Scriveva Bea, scriveva da quando era piccola. Era una passione che le aveva tramandato il nonno che faceva lo scrittore di professione, più o meno. La notte le regalava la calma necessaria per buttare giù i suoi scritti, lo sguardo della luna che penetrava dalla stessa finestra al primo piano di quella casetta in campagna, il profumo della rugiada, il rumore delle foglie che si muovevano col vento che non mancava mai. Senza tutto quello Bea non avrebbe mai trovato il coraggio di scrivere e far leggere i suoi versi anche a chi come lei non li conosceva a memoria.

Poesie, i suoi erano componimenti che uscivano rapidi e fervidi da dentro. Una parola e si sentiva più leggera, un verso e si sentiva già più felice.

Si fermò, aprì la finestra respirando quel vento.

Chiuse gli occhi e accennò un sorriso.           

11:44 Scritto da: mlaura84 in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (12) | Segnala | Tag: rossiello, bea, poesie | OKNOtizie |  Facebook